DUBAI: IL PARADISO DEGLI OLIGARCHI RUSSI – PARTE I

Il tutto esaurito negli hotel di lusso di Dubai, dove si sente parlare più il russo che l’arabo, rivela che molti oligarchi probabilmente avevano già pensato a un piano B da tempo, per fronteggiare i sequestri di beni in atto. 

La compattezza mostrata fino a questo momento dall’Occidente sembrerebbe non bastare. Per quanto la forza delle sanzioni europee sia senza precedenti, in alcune aree del mondo i ricchi trovano sempre un’accoglienza servizievole e discreta. 

Così, l’Emirato di Dubai è diventato il paradiso degli oligarchi russi e gli Emirati Arabi rappresentano la nuova meta dopo l’introduzione delle sanzioni. Tra patrimoni confiscati e conti bloccati, i magnati di Mosca vedono sgretolarsi il proprio immenso patrimonio, ma la soluzione messa in piedi è quella di trasferire i propri capitali all’estero. Operazione non semplice, soprattutto in Occidente, dove i governi stanno predisponendo sequestri e confische dei beni riconducibili a personalità russe.

Dubai e gli Emirati Arabi Uniti diventano, invece, un luogo assai appetibile per i big di Mosca. 

Qui la partita decisiva rimane quella del petrolio, l’oro nero che ha permesso lo sviluppo miliardario dei Paesi mediorientali. Finché il barile di greggio resta sopra i 110 dollari, Putin può continuare ad incassare abbastanza per finanziare la sua guerra. La Russia, infatti, ha costruito negli anni un rapporto eccellente con l’Opec (l’Organizzazione dei Paesi che estraggono, lavorano ed esportano il petrolio).

Emirati e Arabia Saudita potrebbero creare grosse difficoltà a Putin, se soltanto aumentassero la produzione e facendo, quindi, calare i prezzi: infatti, queste sono le uniche due nazioni ad avere un’ampia capacità produttiva inutilizzata. Gli Emirati sono oggetto di una costante pressione da parte di Biden e sembrano disponibili a fare questo favore all’America; negli ultimi giorni si sono smarcati dai loro cugini sauditi e si sono espressi a favore di un aumento dell’estrazione di greggio. 

Questo sarebbe un duro colpo per la Russia, ben più significativo del simbolico embargo americano che, al momento, sta avendo forti ripercussioni soltanto sul commercio internazionale, con pesanti ricadute in diversi ambiti dell’economia occidentale.

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