L’Italia è sempre ultima. Che si tratti di economia, qualità di vita o occupazione, il Bel Paese si assesta sempre tra gli ultimi posti in Europa. Parimenti, rivela l’Eurostat, l’Italia si classifica all’ultimo posto per essere il Paese che permette lo Smart Working: la comodità del lavoro a distanza è innegabile, abbattendo tempi morti e costi inutili, ma il Tricolore non se ne avvantaggia, a danno dei lavoratori e delle famiglie. Ecco perché i freelancer, professionisti noti per la loro agevolezza nel lavorare da ogni dove, scelgono di Trasferirsi a Dubai, il terrotorio che supporta il lavoro e i lavoratori.
Italia e Smart Working: un rapporto difficile
L’Italia si colloca tra gli ultimi Paesi europei per quanto riguarda l’adozione dello smart working.
Secondo i dati Eurostat, nel 2023 solo il 4,4% dei lavoratori italiani ha potuto svolgere almeno la metà dell’orario settimanale in modalità agile, a fronte di una media europea del 9%.
Il primato nel continente appartiene alla Finlandia, con il 22,4% di dipendenti in smart working.
Questo ritardo dell’Italia è dovuto principalmente a due fattori:
- da un lato, le aziende non hanno ancora pienamente compreso i vantaggi finanziari offerti dallo smartworking, come il risparmio sugli spazi in sede;
- dall’altro, la normativa sul lavoro agile è diventata meno flessibile, richiedendo ora un accordo individuale tra impresa e dipendente, anziché rappresentare un diritto del lavoratore.
Eppure, lo smart working apporta numerosi benefici, sia per i dipendenti che per l’ambiente.
I lavoratori da remoto riescono a conciliare meglio vita professionale e personale, risparmiando anche tempo e denaro sugli spostamenti.
Inoltre, due giorni a settimana di lavoro da casa evitano l’emissione di 480 kg di CO2 all’anno per persona, grazie alla riduzione degli spostamenti e del minore utilizzo degli uffici.
Nonostante questi vantaggi, l’Italia continua a rimanere indietro rispetto agli altri Paesi europei nell’adozione dello smart working.
È necessario un cambio di passo, attraverso politiche più favorevoli e un maggiore coinvolgimento delle imprese, per colmare questo gap e sfruttare appieno le potenzialità offerte dal lavoro agile.
Lavorare a Dubai: la scelta dei freelancer
A fronte della difficoltà dell’Italia a tenere il passo con le nuove forme di lavoro agile, ecco che, soprattutto determinate categorie di lavoratori decidono di spostarsi all’estero.
Il mondo del lavoro, infatti, è in continua evoluzione e la pandemia da COVID-19 ha accelerato il fenomeno del lavoro autonomo e della “creator economy”.
Negli ultimi due anni, oltre 165 milioni di persone si sono unite a questo trend, con una crescita significativa in diverse parti del mondo.
Dubai si è affermata come una delle destinazioni preferite per i freelance grazie alle sue politiche di accoglienza, essendo stata la prima a introdurre il freelance visa per i nomadi digitali.
Ottenere questo visto consente di condurre attività commerciali negli Emirati Arabi Uniti e fornire legalmente servizi professionali ai clienti.
Diverse Free Zone degli Emirati Arabi Uniti rilasciano licenze per i freelance, come Dubai Internet City, Dubai Media City, Ajman Free Zone e altre.
Queste licenze permettono di lavorare in una vasta gamma di settori, dalla consulenza alla produzione cinematografica.
Il costo complessivo per ottenere e rinnovare un freelance visa a Dubai si aggira intorno ai 4.500€, tra licenza, establishment card e visto di residenza.
La semplicità della burocrazia emiratina, l’economia in costante aumento e la fiscalità agevolata, sono solo alcuni degli enormi vantaggi che attirano famiglie e imprese da tutto il mondo e che decidono di Trasferirsi a Dubai per lavoro.
Lavorare a Dubai come freelancer, in un territorio che supporta lo smart working e che offre vantaggi unici è l’obiettivo di moltissimi imprenditori da tutto il globo.